Monti Lucretili, toponimi fra leggende e fake news 181

01 dicembre 2024

Il gruppo di rilievi facente parte del subappennino laziale noto come Monti Lucretili, area protetta dal 1989 per un totale di 18.000 ettari ricadenti sul territorio di 13 comuni fra Roma e Rieti, ed il cui profilo è caratteristico e ben visibile da tutta la Valle del Tevere, è una delle aree più frequentate dagli escursionisti romani e laziali per la relativa vicinanza alla Capitale e per la presenza di una ampia rete viaria di collegamento che ne facilita l’accesso. Inoltre le principali vette sono raggiungibili con passeggiate non troppo impegnative, nonostante gli itinerari escursionistici attraversino anche luoghi molto aspri e selvaggi che alternano boschi fitti a versanti brulli ed alquanto scoscesi, vaste aree a prati e pascoli ed un sottobosco caratterizzato da rocce e massi calcarei, cesellati dall’azione erosiva degli agenti atmosferici nonché grotte e cavità dovute al carsismo.


Fra le vette principali posso citare il Pellecchia, il Gennaro, il Guardia ed il Morra, Cima Casarene e Serrapopolo.

Sul nome di queste cime si sono fatte varie ipotesi e si narrano varie storie fra cui quella di una presunta origine partenopea o quantomeno campana dei toponimi dei Lucretili, ipotesi leggendaria in quanto non suffragata da nessuna prova documentaria. Quando un’ipotesi leggendaria viene diffusa spacciandola per verità, con il tempo e soprattutto con il passaparola si consolida nella narrazione di chi, rivolgendosi ad una platea di uditori pronti a dare credito a tutto ciò che gli viene raccontato, contribuisce alla diffusione di informazioni non suffragate dai fatti, facendo un pessimo lavoro e dimostrando estrema superficialità nella divulgazione e descrizione dei luoghi.


Prendiamo ad esempio alcune delle più note e frequentate di queste cime partendo da quella più conosciuta, il Monte Gennaro.

Se è vero che in generale gli antichi romani non amassero le montagne in quanto tali e quindi non le indicassero con specifici toponimi, diverso è il discorso per il periodo medievale. Infatti il toponimo Mons Ianuarius è documentato già dal 944, fine del periodo alto medievale e si ritiene legato al culto locale del San Gennaro martire, da non confondere con il più famoso San Gennaro di Napoli. Fonti storiche attestano di una chiesa dedicata a questo santo in località Carignano sotto San Polo dei Cavalieri.

Altri toponimi utilizzati per il Pizzo dal Principe Federico Cesi nel 1600, erano Apex Iani o Monte di Giano il che fa ipotizzare la presenza in epoca precristiana di un luogo di culto, un’ara consacrata a Janus sulla cima del monte. Da Janus a Januarius il passo è breve e assai diffusa era la sostituzione dei toponomastici pagani con quelli cristiani.

Il toponimo Monte Gennaro è una presenza costante in tutta la cartografia locale già dal XVI° secolo.

Il toponimo “Morra” è molto diffuso nell’Italia centrale e ha come significato “pietra” o “mucchio di pietre”, in particolare nei Lucretili abbiamo ad esempio la Morra di Marcellina e la Morra dell’Aquila e la stessa Cima di Coppi è anche conosciuta come “La Morretta”. Tra i locali è in uso dire “La Morra” con la o chiusa. Chi conosce questa montagna sa quanto sia aspra e come la pietra la faccia da padrona, sia in cima che lungo i versanti, dove per molto tempo è stata attiva una palestra di roccia.

Il Toponimo “Pellecchia” deriva da una storpiatura del nome riportato sulla carta dell’Istituto Geografico Militare di Vienna del 1851 e che tutti i cartografi hanno seguito perpetrando l’errore.

In precedenza era stato riportato il toponimo Pennecchio, nome ancora in uso sia a Monteflavio che ad Orvinio, che deriva da “Penna” con il significato di “altura” ad indicare una lunga cima dalla dorsale lunga ed articolata e con vari scoscendimenti.


Come è evidente, sono stati elementi legati al contesto etnico culturale del centro Italia con la frequentazione di questi luoghi da tempi remoti, i culti religiosi pagani e cristiani ma anche aspetti riferiti alla morfologia del territorio nonché ai suoi usi funzionali nei secoli a determinarne la toponomastica locale, differentemente da certe informazioni erronee che ancora si possono sentire da guide poco preparate o lette su qualche pagina web.



Bibliografia:

G. De Angelis, P.Lanzara, “Monti Lucretili, Un Parco naturale nel Lazio”, Roma 1983

A. P. Frutaz “Le carte del Lazio”, voll. 3, Roma 1972

G. Tommassetti, G. Biasotti, “La diocesi di Sabina”, Roma 1909